La Tourette di carattere: smettere di piacere agli altri
La Tourette di carattere: smettere di piacere agli altri
Oggi mi è rimasta in testa una frase. Una di quelle che ti dicono così, senza pensarci troppo, ma che poi ti resta addosso tutto il giorno. “Eh però Marco, ci vuole carattere.”
E io lì per lì ho annuito, come si fa sempre, ma dentro mi è partita una riflessione. Perché tutti parlano di carattere. Tutti. È una di quelle parole che sembrano profonde, ma che nessuno sa davvero spiegare.
Il carattere… ma che cos’è? Una cosa con cui nasci? Una cosa che costruisci? O una di quelle etichette che usiamo quando non sappiamo cosa dire?
Poi mi sono fermato a pensarci davvero e mi sono accorto che il problema non è il carattere. È il mondo in cui viviamo. Perché noi cresciamo così: imparando a piacere, stare attenti,a non dare fastidio, a dover spiegare tutto.
Sempre. E se hai la Tourette questa cosa la senti ancora di più. Il rapporto tra Tourette e carattere diventa fondamentale, perché ogni tic non è solo un tic. Ongi Tic è qualcosa che devi giustificare. È qualcosa che devi spiegare. È qualcosa che, in qualche modo, sembra sempre fuori posto. E allora piano piano inizi a fare una cosa che non ti accorgi nemmeno di fare.
Ti sistemi. Poi ti limi. Successivamente ti adatti. Indossi una maschera. E la cosa più assurda è che oggi ci raccontiamo di vivere in una società inclusiva. Inclusiva… sì, sulla carta. Poi però nella realtà succedono cose strane. Se poi sei con una diagnosi, non è che sei davvero parte del gruppo. Ti trovi lì perché “si deve”. Se sei invitato da qualche parte, a volte non è perché qualcuno ti vuole davvero, ma perché non possono non invitarti. Quindi mi viene da pensare che forse, paradossalmente, era più onesto prima. Se non ti volevano, non ti volevano. Fine. Poteva far male, certo. Ma almeno era vero.
Oggi invece ti includono… ma non ti includono perché vogliono includerti. E quella sensazione la senti. Sempre.
E allora torno a quella frase. “Ci vuole carattere.” Forse il carattere non è quello che pensiamo. Non è essere forti, duri, sicuri. Probabilmente è una cosa molto più semplice. È smettere di cercare di essere accettati. Perché a un certo punto ti accorgi di una cosa. Che passi la vita a chiederti se piaci agli altri. Se sei abbastanza. Basta essere giusti per se stessi. Se stai facendo bene. Non devi necessariamente piacere a tutti.
Perché se una persona non mi capisce, se non mi vuole, se mi sopporta… perché devo restare? Io devo forzarmi? Come devo adattarmi? Comunque arriva sempre la solita domanda: “Eh ma allora resti da solo.”
E invece no. Restare da soli è più difficile di quanto pensiamo. Quello che succede davvero è che inizi a scremare. E alla fine restano poche persone. Poche, sì. Ma vere.
Mi viene sempre in mente una storia. Un ragazzo doveva fare una festa di compleanno, ma non aveva tempo di invitare tutti i suoi amici. Allora manda il padre a portare gli inviti. Gliene dà una trentina. Il padre va, li distribuisce. L’indomani tutto felice per la festa il figlio scopre che solo tre persone si sono presentate. Allora rivolgendosi al padre gli chiede se veramene avesse consegnato tutti gli inviti. Lui rispose di sì, ma che aveva cambiato il messaggio, facendo credere alla gente che c’era bisogno per un trasloco improvviso; quindi, un aiuto manuale ed economico e guardando il figlio esclama: ecco, quelli sono i tuoi amici.
E forse è tutto lì. Il carattere non è diventare qualcuno di diverso. Non è imparare a stare al mondo come vogliono gli altri. È avere il coraggio di restare come sei. Lasciare andare chi non ci sta. E forse, nella Tourette, il carattere è proprio questo.
E niente. Oggi pensavo a questo. Alla fine forse il carattere non è qualcosa che devi avere. È qualcosa che smetti di perdere. Mi raccomando… Ticcate fuori dal coro.
Ricorda bene l’articolo Barbie & inclusione di qualche settimana fa’ non trovi?
