Tourette, scuola e l’industria del “poverino”
- 10 feb
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Tourette a scuola: c’è una cosa che mi colpisce sempre quando si parla di Tourette con comorbilità, ed è la facilità con cui una difficoltà reale viene trasformata in un destino sociale. Succede presto, succede in silenzio, e succede quasi sempre con la scusa delle buone intenzioni.
Hai tic, tanti. Disturbi la classe, metti a disagio i professori, rompi l’ordine. La prima risposta non è capire come farti stare lì dentro, ma come toglierti di mezzo senza dirlo apertamente. Incontri coi genitori, psicologi, tentativi di trovare soluzioni che spesso non sono nemmeno davvero a portata di chi ne avrebbe bisogno. Finché arriva la certificazione, arriva la 104, arriva l’aiuto esterno, e in quel momento la scuola è a posto. La società pare andare a posto. Tutti si rasserenano. Non la persona a cui viene data: la scuola. Da lì in poi il sistema respira. È tutto coperto, tutto giustificato.
Poi iniziano le “soluzioni gentili”. L’ora libera, perché poverino è agitato e ha tanti tic. Un’altra, perché oggi non è giornata. Nessuno lo dice chiaramente, ma il messaggio che passa è questo: tu non sei davvero uno studente come gli altri. Sei una presenza da gestire, non una persona da formare. Il supporto diventa abitudine, l’abitudine diventa piano alternativo, e il piano alternativo diventa identità. Arrivi a diciotto anni che sei maggiorenne sulla carta, ma non autonomo nella realtà. Spesso senza un titolo di studio vero, senza strumenti, senza l’abitudine a stare dentro un contesto che non si adatta sempre a te.
E la cosa più assurda è che tutto questo non ha nulla a che vedere con l’intelligenza. La Tourette non rende stupidi. Non rende incapaci di capire, di ragionare, di collegare. Spesso è il contrario. Quello che manca non è la capacità cognitiva, ma l’allenamento alla vita reale: essere trattati come una persona, non come un’eccezione permanente. Quello che viene tolto non è il carico, ma la possibilità di sbagliare, di reggere la frustrazione, di imparare a stare nel disagio senza essere immediatamente estratti dalla situazione.
Il danno più grande non è la Tourette, ma l’iperprotezione travestita da inclusione. Trattare una persona come un poverino non è amore, è paura adulta. È dire “io non so gestirti, quindi abbasso l’asticella”, e così facendo rubi futuro pezzo dopo pezzo. Non perché sei cattivo, ma perché sei impreparato. E spesso nessuno ha il coraggio di aiutarti davvero, a partire proprio da chi dovrebbe esserci: la famiglia, quella di origine e quella istituzionale.
A un certo punto succede anche un’altra cosa, ancora più subdola. Per essere accettati, molti ragazzi imparano che devono dichiararsi. Anticipare. Giustificarsi. Dire prima degli altri: “ho la Tourette”. Cartellini, spiegazioni, avvisi preventivi. Non per informare, ma per chiedere scusa. Scusa se disturbo, scusa se esisto, scusa se non rientro nello standard. Non è consapevolezza, è sottomissione sociale. È interiorizzare l’idea che senza una diagnosi esposta non sei tollerabile.
E quando questo meccanismo viene incoraggiato, normalizzato, raccontato come inclusione, il corto circuito è completo. La patologia smette di essere una condizione e diventa un passaporto, un’identità unica. Se non la mostri, non sei legittimo. Se non la dici, sei sospetto. Così non crescono persone autonome, ma adulti che sanno stare al mondo solo se giustificati.
Il risultato lo vediamo tutti, ma pochi hanno il coraggio di dirlo. Ragazzi che non reggono il conflitto, che non sanno stare in un ambiente strutturato, che non hanno strumenti sociali, che non si sentono competenti in niente che non sia il proprio disturbo. E poi ci si stupisce se a vent’anni “non funzionano”. Non è vero che non funzionano. Sono stati disinnescati. Addestrati all’impotenza, con le migliori intenzioni del mondo.
La Tourette non va nascosta, ma nemmeno esibita come un marchio. Non è un biglietto da visita, non è una scusa, non è un brand. È una parte della persona, non la persona intera. Quando l’inclusione diventa pietà e la protezione diventa parcheggio, non stai aiutando nessuno. Stai solo rendendo la vita più facile agli adulti e più vuota a chi verrà dopo.
E no, non sono “tutti rincoglioniti”. Molti sono solo cresciuti dentro una gabbia imbottita, costruita da chi aveva paura di fare davvero il proprio lavoro.



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